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2024.06.DD - Guitar Club Magazine (Italy) - Slash: Orgy Of The Damned

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Post by Blackstar Tue Jun 11, 2024 12:38 am







Transcript (Italian):
________________

Slash
ORGY OF THE DAMNED


Testo Riccardo Gioggi

Stile, musicalità e personalità da vendere: l'impatto di Slash sulle scene ha provocato un solco pari a quello di un meteorite caduto sul pianeta Terra; un'impronta enorme, che ha attratto intere schiere di giovani chitarristi e che continua a farlo tutt'oggi.

Uscito il 17 maggio 2024, Orgy Of The Damned (Gibson Records) è il viaggio di Slash a tinte blues; dunque non il rock più trasgressivo dei Guns N’Roses e dei suoi progetti Snakepit e Velvet Revolver, e nemmeno il rock più moderato della sua avventura con Myles Kennedy ed i Conspirators, ma l’immersione nei lidi di un genere, il blues, imprescindibile dall’imprinting di ogni rocker che si rispetti.

Ecco allora che Slash individua una manciata di brani blues e chiama a sé due dei suoi amici/colleghi dei Blues Ball - John Griparic al basso e Teddy Andreadis alle tastiere - completando l’organico con Tash Neal (voce/chitarra) e Michael Jerome (batteria), a cui si aggiungono special guest stellari a mettere la loro peculiare impronta vocale: Brian Johnson (AC/DC), Gary Clark Jr, Billy F. Gibbons, Chris Stapleton, Dorothy, Iggy Pop, Paul Rodgers, Demi Lovato, Chris Robinson, Beth Hart... oltre a Steven Tyler all’armonica.

Insomma, un cast fatto di chi il blues ce l’ha nel sangue, tutti riuniti in studio sotto la guida del leggendario Mike Clink, tutti intenti a plasmare la tracklist del nuovo Orgy Of The Damned, suonato e registrato in presa diretta:“La spinta e l’aggressività del mio suono sono sempre state presenti nella musica che ho suonato con le diverse band ed anche questo album è nel mio stile, ma con un approccio differente...” - spiega Slash - “Non ho fatto così spesso album di questo tipo e non mi avete ascoltato spesso in questo genere di contesto, ma posso dire che adoro lo spirito che siamo riusciti a catturare in quei momenti!”

Abbiamo parlato di Orgy Of The Damned con un rilassatissimo Slash ed ecco di seguito quel che ci ha detto.

Ciao Slash, è un piacere enorme tornare a parlare con te! Ci hanno assegnato giusto una ventina di minuti, dunque partiremmo subito dal tuo nuovo Orgy Of The Damned, sei d'accordo?

È un piacere anche per me...certo, partiamo!

È stato sorprendente ascoltare il primo singolo, Killing Floor, con la voce di Brian Johnson degli AC/DC e l’armonica di Steven Tyler: un blues di Chester Burnett, nel cui video, oltretutto, imbracci una fantastica Gibson semi-hollow, anche questa una novità... Che cosa ti ha fatto decidere di pubblicare un album blues?

Mi trovavo in un momento di pausa tra i vari tour dei Guns N’ Roses, ho avuto con qualche settimana libera e ho pensato che fosse il momento giusto per dare vita a Orgy Of The Damned, visto che era da un bel po’ che avevo in testa l’idea di un album blues. Ho sempre suonato il blues: alla fine dei Novanta avevo una band, Slash Blues Ball, una cosiddetta drunken-bar-band, e facevamo cover blues. Non ricordo proprio tutte quelle gig visto che spesso eravano appunto ubriachi (drunk) [ride] ma ricordo bene che ci divertivamo un sacco con quel repertorio e che già allora pensavo che mi sarebbe piaciuto registrare un album blues. Poi ci sono stati gli Snakepit, i Velvet Revolver, i Conspirators, e il progetto di un album blues è passato in cavalleria. Ma, circa 30 anni dopo, si sono create le condizioni giuste e quindi mi sono detto “hey, adesso è il momento!”

Pensando al tuo guitar playing, sin da Appetite For Destruction del 1987, ma anche in alcuni brani del due album Use Your lllusion del 1991, si avverte il tuo lato bluesy. Chiaramente si tratta di album dei Guns N' Roses, dunque di hard rock, ma quel sapore c'è: il tuo imprinting di musicista si è formato con il blues?

Sono cresciuto con quella musica. Quando ho cominciato a prendere in mano la chitarra, cercavo di imparare piccoli frammenti di brani blues e ricordo ancora il momento in cui, finalmente, ero riuscito a mettere in fila quelle cinque note della scala pentatonica e la sensazione di avere in mano le chiavi del paradiso! Da lì ero passato a studiare il British Blues di quegli anni, Eric Clapton, Jeff Beck, Mick Taylor, Keith Richards, aggiungendoci le leggende statunitensi Muddy Waters, BB King e Freddie King. Poi arrivò Eddie Van Halen e da lì in avanti il florilegio dei chitarristi virtuosi e del metal degli Ottanta. Quando formammo i Guns amavano più o meno tutti la stessa musica, ma avevamo riferimenti diversi; io, ad esempio, ero pazzo per Stones, Aerosmith ed AC/DC, quindi basi blues ma con la potenza del rock. E poi amavo l’energia del punk e delle cose più aggressive. Invece, le radici di Duff [McKagan] ad esempio, affondavano nel punk e anche nel metal... La band era la combinazione di elementi differenti. Tornando alla domanda, posso dire che il mio stile si nutre di hard rock radicato nel blues della tradizione.

Torniamo alla scaletta di Orgy Of The Damned per parlare di due brani dalla collocazione diametralmente opposta: Awful Dream con Iggy Pop al microfono, un brano chitarra acustica e voce davvero intenso, e Papa Was A Rolling Stone con Demi Lovato alla voce e la tua chitarra così coinvolgente: dunque, una vera e propria icona del rock da una parte ed una pop star delle classifiche odierne dall'altra. Ti va di raccontarci la storia dietro questi due brani?

Certamente! Ho scelto i brani da registrare e ho contattato i cantanti che avevo in mente, ma con Iggy è andata in maniera diversa. Sono andato da lui e gli ho chiesto quale avrebbe voluto cantare ma lui ha detto Awful Dream che, in verità, non era neanche lontanamente nel mio radar. È un brano firmato Lightnin’ Hopkins e so che significa tanto per lui; nell’album, inoltre, è così ruvido che pare quasi una outtake, mi piace tantissimo. Quando l’abbiamo registrato non ho badato granché alla versione originale ma ho giusto tenuto conto della progressione degli accordi ed il resto è venuto fuori da sé, in sole due take. Tutto decisamente spontaneo.

Con Demi [Lovato] al microfono in Papa Was A Rolling Stone è andata diversamente. Già con gli Snakepit suonavamo questo brano firmato Whitfield/Strong ed il nostro cantante lo interpretava molto in stile The Temptations. Il testo parla di un bambino che chiede alla mamma notizie di suo padre che ha abbandonato la famiglia e ho pensato che servisse una voce giovane per enfatizzare questo aspetto del brano e così ho chiamato Demi. In generale, per me era essenziale che ogni cantante avvertisse una connessione profonda con la musica e il testo di un brano, e Demi ha colto subito nel segno e ha fatto un lavoro incredibile. In studio con lei c’era l’engineer che si occupa delle sue super-produzioni e così ci siamo ritrovati con un numero spropositato di tracce della voce di Demi, vocal fills, armonie... che, in grandissima parte, non abbiamo tenuto! [ride] Lei canta così bene che non c’era nessun bisogno di tutta quella roba, ma nel mondo del pop è frequente che i producers debbano sottolineare il loro operato in maniera eccessiva...

A proposito di produttori, hai sempre lavorato con i top, a cominciare da Mike Clink con i GNR ed ora accanto a te in Orgy Of The Damned... ci sono situazioni che si sono rivelate fondamentali per la tua crescita di musicista?

Beh, ogni session è un caso a sé, quindi in qualche modo c’è da imparare da ogni situazione. Ogni produttore ha un suo modo di lavorare e la cosa fondamentale è che una produzione sia strettamente connessa con la natura del progetto discografico. Faccio un esempio. Per l’album 4 dei Conspirators (2022) abbiamo registrato con Dave Cobb nello Studio RCA di Nashville che ha una live-room fantastica. Io da sempre adoro le registrazioni live ma quella volta siamo andati oltre: tutta la band nella stessa stanza a suonare in diretta, con gli ampli e la batteria nella stessa stanza, quindi con i vari rientri dai vari microfoni. Solo Myles [Kennedy] cantava in un apposito booth ma potevamo comunque guardarci e interagire dai vetri. Tutto live al 100% ... quelle session furono una rivelazione per me. Al centro del tutto c’era l’attitudine, le vibrazioni, il suono della band, e credo che questo sia un approccio spesso non considerato dai produttori della nuova generazione. Quando ho iniziato a frequentare gli studi, attorno al 1985, era tutto diverso; ora noto che i produttori non amano prendersi rischi o fare scelte nette riguardo ai suoni; ora ricercano maggiormente pulizia e perfezione ed il suono è molto standardizzato. Viceversa, suonando tutti in una stanza, sono necessarie scelte nette per catturare il sound di una band, e questa è la cosa che crea la magia. Ma, come dicevo prima, c’è sempre qualcosa da imparare in ogni session: nuove tecniche di microfonazione, nuovi modi per controllare l’intonazione e via dicendo. Tornando a Dave Cobb, sicuramente ha avuto un grande impatto su di me!

Che genere di equipment hai utilizzato per le registrazioni dell'album?

In realtà, un setup molto semplice: una Gibson 335 del ‘63 e tre delle mie Les Paul, di cui una Gold Top ‘56, una ‘58 e una ‘59. Poi una Fender Stratocaster di inizio anni ‘70 e una Tele del ‘54. Infine, una Explorer fatta a mano dal liutaio Leo Scala, che è la replica di una ‘58. Riguardo all’acustica, ho utilizzato una 12-corde baritona di liuteria, accordata in Si, e realizzata su specifiche vintage. In quanto agli amplificatori, ho utilizzato un Magnatone M-80 combo.

A proposito di amplificatori, il tuo passaggio da Marshall a Magnatone ha creato un bel po' di brusio in rete ma, al di là di un modello specifico, che cosa ricerchi in un ampli e quanto può influenzare il tuo approccio al songwriting?

Beh, non penso che un ampli influenzi la creatività o l’approccio al songwriting, per quanto mi riguarda è più una sensazione che sento sotto le dita. Cercavo qualcosa di punchy e al contempo che fosse dinamico e clean: non nel senso di suono clean, ma nel senso di una saturazione più controllata e più responsiva. Negli anni mi sono accorto che via via ricercavo un suono di questo tipo. Ovviamente adoro i Marshall ma, nel corso del tempo, il mio orecchio si è spostato verso una direzione diversa: negli anni ho provato non so quanti amplificatori ma nulla mi ha catturato davvero fino a che non ho provato il Magnatone.

Concedimi una domanda da fan riguardo al tuo progetto Slash's Snakepit ed al primo album, It's Five O’Clock Somewhere, del 1995: come mai non hai più suonato nulla di quell'album negli ultimi anni?

Wow, è vero! È un gran bell'album anche secondo me... Suonavamo Beggars & Hangers-On fino a qualche anno fa, ma avevo l’impressione che nessuno avesse reale familiarità con quell’album ed inoltre negli Snakepit abbiamo avuto due cantanti e due vocalità differenti, un ulteriore motivo che ci ha indotto a non suonare quei brani.

Ok Slash, grazie per la chiacchierata e a te la parola per un saluto ai lettori di Guitar Club...

Grazie per l’interesse mostrato per Orgy Of The Damned e grazie a tutti voi che leggete. E’ sempre bello suonare in Italia e raccogliere ogni volta l’entusiasmo dei fan italiani-serate fantastiche!

*

Una nuova chitarra per Slash

Il suo design raffinato e la sua pregiata miscela di risonanza, brillantezza e definizione del suono, fanno della Gibson ES-335, la chitarra semi-hollow per eccellenza, protagonista da sempre nei territori blues, rock, jazz e rispettive declinazioni.

Nata nel 1958, la Gibson ES-335 fonde in sé i paradigmi costruttivi delle chitarre semi-hollow (corpo scavato) e solid body (corpo pieno) sino ad allora impiegati: body in acero a doppia spalla mancante, sottile (appena 4,5 centimetri) con l'innovativo blocco centrale, sormontato da un top dotato di due buche ad effe: il tutto per un suono ricco di armoniche, proiezione e sustain. Inoltre, similmente alle solid body, questa chitarra vanta una marcata resistenza al feedback, e ciò significa il suo utilizzo nelle situazioni con i volumi di amplificazione più elevati.

Catturano il suono della chitarra due humbucker PAF a doppia bobina dal potente segnale in uscita e privi di ronzio, mentre il ponte è il Tune-o-Matic dotato di ta¡lpiece, con cui Gibson correda la Les Paul (solid body) sin dal 1954. In estrema sintesi, si tratta di una chitarra capace di generare le sonorità calde e rotonde di una semiacustica e di fronteggiare i volumi più elevati alla stregua di una solid body. Marcata flessibilità di utilizzo ed estrema qualità di suono e dotazione, portano la ES-335 nelle mani di una pletora di chitarristi dei generi (e generazioni) più diversi; ecco qualche nome tra i più illustri: Larry Carlton, Chuck Berry, Eric Clapton, Freddie King, Alvin Lee, Noel Gallagher, Tom DeLonge, Dave Grohl, Slash...

A tutt'oggi presente nel catalogo Gibson, nel corso degli anni la ES-335 viene sottoposta a variazioni e modifiche e la versione del 1963 rappresenta per parecchi chitarristi il culmine della produzione: tra essi vi è Slash che l'ha utilizzata per le registrazioni di Orgy Of The Damned. "C'è il killer sound della mia ES-335 del 1963 in parecchie song dell'album ed ora Gibson ne ha realizzata una replica fantastica, con gli stessi dot neh, lo stesso tremolo Bigsby e la stessa finitura!" Per l'occasione, Gibson ha realizzato la prima ES-335 Slash Signature, in edizione limitata a soli 50 esemplari, che inserisce nella Collector's Edition.

GIBSON 1963 ES-335 Slash Signature Collector's Edition - Vintage Sunburst
Sottoposta dal Murphy Lab al peculiare processo di invecchiamento, questa chitarra riproduce nel dettaglio i connotati della hollow body del 1963 di Slash, tra cui il ponte vibrato Bigsby B7 con tailpiece, e una coppia di pickup Unpotted Custombucker dotati di magneti Alnico 2. La custodia in pelle nera Lifton Black con imbottitura interna Yellow, completa il corredo.
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